Il ruolo del contesto e della rete



Il contesto di crescita e sviluppo di una persona costituisce la cornice fondamentale per la sua maturazione, per l’evoluzione delle sue capacità e per le sue strategie di gestione delle difficoltà che si presentano durante il suo percorso di vita. Ancor di più, il contesto diventa essenziale nel momento in cui ci troviamo di fronte a una persona con una disabilità: l’ambiente che la circonda incide sulla sua vita, di conseguenza è importante offrire opportunità e supporto, per creargli possibilità e benefici, anche attraverso i servizi.

L’inclusione, infatti, per essere tale, deve rivolgere lo sguardo a numerosi contesti e a tutte le fasce d’età. Sin dai primi anni di vita bisogna garantire i servizi necessari, poiché emergono sempre più bisogni, che assumono caratteristiche diverse in base alla persona e alla sua realtà familiare e sociale. In quest’ottica, assume un ruolo fondamentale tutta la rete che circonda l’individuo: la disabilità non riguarda solo una persona, ma tutta la rete di relazioni e contesti nella quale è inserita e vive. Per questo motivo è importante la collaborazione tra le varie figure, poiché ognuno ha un impatto sulla vita della persona. Ciò che bisogna adottare in questi casi è una prospettiva ecosistemica, in cui tutti i contesti della persona sono interconnessi tra loro e hanno obiettivi comuni.

L’importanza dell’ambiente e dei contesti è stata ampiamente discussa da Bronfenbrenner (1986): la sua teoria ecologica, infatti, concepisce l’ambiente come un insieme di sistemi interconnessi tra loro e il contesto in cui cresciamo influisce su tutti i piani della nostra vita. Le nostre esperienze, pertanto, sono il risultato dell’interazione tra le caratteristiche della persona e tutti i sistemi nei quali è inserita.

L’approccio deve essere integrato e coinvolge, quindi, famiglia, scuola, servizi specialistici, medici e servizi territoriali. Il contesto deve garantire alla persona con disabilità percorsi di autonomia, l’inserimento nella società, la crescita personale, la cittadinanza attiva, sviluppando alleanze e promuovendo la persona stessa.

Il primo sistema che viene senza dubbio coinvolto è la famiglia.

La famiglia costituisce l’ambiente primario di ciascun individuo, che prevede una relazione asimmetrica tra i genitori e i figli. Inizialmente il ruolo genitoriale prevale su quello dei figli, affinché questi diventino autonomi. A poco a poco il figlio risponde al bisogno di identità e di indipendenza. La famiglia costituisce un vero e proprio sistema, con delle sue fasi 2. Così come una persona, la famiglia affronta eventi normativi e eventi imprevedibili, tra cui la disabilità di un figlio, che provoca notevoli turbamenti all’equilibrio del sistema. In questo caso, diventa essenziale che la famiglia riceva supporto, dalla rete primaria e secondaria, in modo tale da sviluppare una solida resilienza, ovvero la capacità di adattarsi a situazioni avverse, sviluppando buone capacità di coping e sfruttando al meglio le proprie risorse interne ed esterne. Tra queste risorse, ad esempio, nelle situazioni di disabilità possiamo individuare la relazione con i fratelli e i nonni.

I nonni sono importanti per i genitori del bambino diversabile, poiché li aiutano ad affrontare e gestire tale evento improvviso. Il sostegno alla genitorialità può derivare anche da gruppi di intervento, individuali o collettivi, rivolti ai genitori e proposti da figure professionali, come ad esempio programmi di formazione e iniziative di Parent Training. L’alleanza con i genitori risulta fondamentale ed è, infatti, di primaria importanza sostenerli sia emotivamente ma anche guidarli su come agire e affrontare il problema.

La disabilità di un figlio rappresenta un evento imprevedibile che può portare i genitori a sentimenti quali paura e sconforto e a volte anche vergogna; spesso, infatti, si manifesta in loro un meccanismo ambivalente, poiché da un lato vorrebbero aiutare il proprio figlio grazie ai vantaggi e agli aiuti derivanti da una certificazione di disabilità ma, allo stesso tempo, vogliono “salvare” sia l’immagine della famiglia “perfetta”, sia il figlio da questa definizione, per non etichettarlo, rifiutando però il sostegno che potrebbe giovare alla sua vita e alla sua salute.

La primissima infanzia è spesso gestita dai servizi 0-3: i servizi per la prima infanzia aiutano lo sviluppo emotivo, cognitivo e sociale del bambino, accompagnandolo a raggiungere l’autonomia e i traguardi indispensabili per la sua crescita. Tale periodo è definito dalla Montessori come i “1000 giorni che contano” proprio perché le competenze acquisite in questo periodo sono fondamentali per lo sviluppo del bambino. In tal senso, sono stati individuati alcuni criteri che risultano fondamentali per un’organizzazione inclusiva di questi servizi. Tra questi criteri, ad esempio, ritroviamo la necessità di una progettazione educativa, di strategie inclusive, di supporto e formazione degli educatori, di strategie inclusive nel gruppo dei pari, di continuità con la scuola dell’infanzia e di coinvolgimento della famiglia.

Bisogna tenere in considerazione alcune interviste che analizzano il punto di vista di genitori con bambini con disabilità nei confronti di tali servizi. I genitori attribuiscono molta importanza ai servizi 0-3, poiché risulta fondamentale l’intervento precoce e l’inserimento nel gruppo dei pari. Tuttavia, alcuni genitori rilevano la mancanza di supporto psicologico e psicopedagogico, la mancanza di uno spazio genitoriale che li aiuti al meglio ad affrontare la situazione e la mancanza di una formazione ancora più specifica degli educatori.

Un ruolo primario nel contesto del bambino con disabilità è quello dell’insegnante specializzato per il sostegno: la sua funzione è quella di perno della rete, che integra e coinvolge la famiglia, collaborando al Piano Annuale per l’Inclusione, al PEI e al Progetto di Vita. A scuola anche i compagni di classe costituiscono una risorsa indispensabile poiché aiutano nello sviluppo di abilità prosociali, nell’aiuto reciproco e nella collaborazione. Nel contesto scolastico, inoltre, sono state individuate 15 categorie, elencate qui di seguito, che il consiglio di classe può attivare per una didattica inclusiva:

  • Organizzazione scolastica generale: tempi scolastici, orari, formazioni delle classi.
  • Spazi e architettura: massima accessibilità, disposizione dei banchi, ecc.
  • Sensibilizzazione generale: informazione e conoscenze.
  • Alleanze extrascolastiche.
  • Formazione e aggiornamento degli insegnanti e supervisione.
  • Documentazione: scambio di esperienze.
  • Didattica comune: attività svolte da tutti i docenti nei vari percorsi.
  • Metodologie come peer tutoring e cooperative learning.
  • Percorsi educativi e relazionali comuni: abilità espressive, educazione socioaffettiva, laboratori, indirizzati a tutti.
  • Didattica individuale e individualizzata.
  • Percorsi educativi e relazionali individuali: autonomia personale.
  • Ausili, tecnologie e materiali speciali.
  • Interventi di assistenza e aiuto personale.
  • Interventi riabilitativi.
  • Interventi sanitari e terapeutici.

Inoltre, un’altra figura fondamentale è costituita dal Coordinatore Pedagogico, garante di una progettazione pedagogica inclusiva e che collega tutta la rete formata da scuola, famiglia e servizi. Questa figura ha competenze progettuali e relazionali, da cui dipende l’efficacia dei servizi. Il coordinatore pedagogico è coinvolto sia nel sostegno del gruppo di lavoro, sia nella costruzione di reti territoriali anche perché spesso la famiglia viene abbandonata dai servizi dopo la comunicazione della diagnosi, sia di progettazione di percorsi formativi. Il coordinatore pedagogico, quindi, lavora anche alla prevenzione e al contenimento di situazioni di svantaggio, difficoltà e disabilità.

L’importanza del contesto, inoltre, coinvolge anche il piano della giustizia, poiché se i diritti delle persone con disabilità vengono violati, così come qualsiasi altro diritto, ciò crea un’ingiustizia che deve essere risolta in altre sedi più specifiche. Il lavoro sul contesto è necessario anche perché a volte possiamo trovarci di fronte a situazioni di stallo e difficoltà anche dei professionisti stessi. Ad esempio, a volte capita che gli educatori di fronte alle difficoltà abbiano un atteggiamento remissivo, ritenendo di non avere abbastanza competenze per affrontare il problema: ciò risulta dannoso, perché nei casi di disabilità risulta fondamentale la tempestività dell’intervento, in quanto prima viene riconosciuto il problema, prima può essere arginato. L’inserimento della persona con disabilità è una responsabilità proprio dell’educatore, che deve assicurargli un cammino corretto attraverso la sua azione formativa e educativa.

L’educatore collabora anche al fianco degli insegnanti per la realizzazione del PEI, non intervenendo direttamente sugli aspetti didattici, ma svolgendo il ruolo di facilitatore relazionale, operando in senso ecologico sull’ambiente scolastico, per favorire le risorse del contesto e dell’alunno. Anche la scuola a volte si ritrova in una situazione simile a quella già nominata: più volte capita che il consiglio di classe decida di bocciare l’alunno diversabile, specialmente se affetto da una disabilità grave, per farlo rimanere più tempo possibile a scuola, poiché sia la scuola, sia la famiglia non sanno come proseguire oltre. In un’indagine svolta sull’applicazione dei principi della legge 104/1992 si è notato come non emergano problematiche sull’applicazione di metodologie o sul processo di integrazione; piuttosto, le problematiche riguardano aspetti gestionali, accordi nel programma e difficoltà di coinvolgimento degli altri servizi coinvolti. È proprio in situazioni come queste che emerge ancora di più l’importanza di un approccio ecosistemico, poiché grazie ad esso si lavora per il futuro della persona, ricorrendo anche a strumenti quali il progetto di vita.

L’intervento della pedagogia speciale ha ripercussioni non solo sulla persona con disabilità, quindi, ma anche sull’ambiente e sulle persone che operano in quel contesto. Fondamentale, inoltre, per costruire una buona progettualità, è focalizzarsi sulla relazione di aiuto e sulle misure di accompagnamento: non bisogna preoccuparsi solo della persona da aiutare, ma anche di chi deve fornire aiuto, anche a livello istituzionale. La persona è sempre in evoluzione, ma bisogna tenere in considerazione che anche il contesto è in continuo cambiamento. “Accompagnare” la persona con disabilità, quindi, significa avere cura della persona che cambia e del contesto che cambia, prestando sempre attenzione alle risorse di cui ha bisogno.

È proprio nel contesto e nell’integrazione che emerge la specialità della pedagogia: “il termine speciale viene spesso inteso come scuola speciale, come intervento speciale, ma non è questo il significato che i pedagogisti speciali hanno inteso attribuire. La pedagogia speciale è pedagogia dell’integrazione e dell’inclusione, indubbiamente da anni si occupa delle persone con disabilità, ma lavora soprattutto per creare contesti che accolgono tutti garantendo attenzione alle loro specificità e diversità. Il suo impegno è quello di educare all’accoglienza, alla conoscenza e alla relazione con gli altri”.